A Natale non puoi

Sembrava ci stesse abbandonando questa estate e invece così non è stato, purtroppo. La pandemia è arrivata quasi un anno fa come un tornado che velocemente e inaspettatamente ha spazzato via persone, abitudini, abbracci, tradizioni, concerti e eventi. Il demone Covid-19 ha deciso di scagliarsi contro di noi, salvaguardando le acque dei mari, l’aria che respiriamo, la vita degli animali e, paradossalmente anche la nostra di vita. Sì, perché a qualcosa sta servendo e continua a servire. Ci ha insegnato a smettere di correre come esauriti, in preda alle nostre esistenze piene di impegni che non ci permettevano più neanche di andare in bagno; ci ha costretti in casa insegnandoci a viverla bene e a prendersene cura; ci ha sbattuto in faccia quanto la Terra senza la nostra ingombrante presenza possa rinascere, risplendere, riprendere a respirare. In questo succedersi di cambiamenti, noi restiamo ottusi, lamentandoci di ciò che non possiamo fare al momento o cercando strategie per fare comunque di testa nostra. Ci ritroviamo, così, anche quest’anno, a pretendere di viverci il Natale come abbiamo sempre fatto: abbuffandoci come cinghiali, comprando regali a persone di cui non ricordiamo il nome e arrabbiandoci perché non possiamo fare il consueto giro di parenti di cui non ce n’è mai fregato niente. Di fatto, in questo caos che ci mette tutti nella stessa condizione, resistono differenze legate al modo di viversi il Natale, dal pessimismo tragico di chi non lo sopporta alla gioia smisurata di chi torna bambino.
Babbo bastardo© (2003). Diretto da Terry Zwigoff. Scritto da Glenn Figarra e John Requa. Distribuito da Columbia TriStar Film.
Solitamente, le persone eccitate dall’evento sono entusiaste di condividerlo in famiglia, di poter riabbracciare parenti con cui non sempre ci si riesce a vedere; di poter chiacchierare apparecchiando infinite tavolate di color rosso; di decorare un gigantesco albero con sfere che riflettono le luci e bianchi angioletti creati dalle mani dei più piccini; di poter donare un oggetto e osservare gli occhi dell’altro reagire alla sorpresa dello scarto. Allo stesso modo ci son persone alle quali il calore, l’animo e l’atmosfera natalizi, non suscitano per nulla gioia, serenità, pace e amore condiviso, quanto piuttosto angoscia, tristezza e solitudine.
Da dove nasce questa sensazione di disagio? Proviamo a considerare più possibilità:
– la cultura del Natale vuole che pensiamo, sentiamo e facciamo cose che non sempre corrispondono al nostro stato d’animo. Se assecondassimo ciò che proviamo (angoscia, tristezza, noia) non ci metteremmo di sicuro ad addobbare casa, preparare ricchi pranzi per persone che probabilmente vediamo una volta l’anno e non parteciperemmo a banchetti di condivisione forzata. Inevitabilmente nasce un conflitto tra ciò che “si deve fare” per tradizione e ciò che “ci va di fare” per umore.
– Il Natale, essendo una ricorrenza, porta con sé una serie di ricordi impressi nella mente che riaffiorano nuovamente ogni maledetto anno e che ci permettono di costatare che persone con cui amavamo condividere questo momento non ci sono più o sono lontane e, ad ogni modo, non sarebbe come un tempo. Una sorta di nostalgia animata dal desiderio di tornare a quei momenti e di non poterlo fare, perché cresciuti, perché arrabbiati o perché ci è stato detto che Babbo Natale non esiste. Ci riporta, in qualche modo, alla cruda e consapevole realtà delle cose.
– Il ricordo di un evento traumatico, di un lutto o di un’esperienza accaduta durante le festività natalizie, risalente ad un passato prossimo o antico. Accade perciò che l’arrivo del Natale imponga il ritorno di una realtà passata e dolorosa che ci sembra di rivivere; ne derivano ansia, depressione, tristezza, dolore e rabbia nel volersi sottrarre a tutto questo e nel non poterlo fare per convenzione, cultura, tradizione e per chi ci è accanto.
– Il disprezzo per l’aspetto materiale della festa, il consumismo esasperato, lo spreco alimentare ed economico, lo sfarzo, il troppo che stroppia e che infastidisce.
Riflettendoci, ancora una volta la pandemia ci sta insegnando che ogni momento di festa, in questo caso il Natale, ha senso viverlo con persone a cui teniamo davvero, ascoltando i nostri sentimenti, anche se dolorosi. Possiamo imparare finalmente a fare qualcosa perché sentiamo di farla piuttosto che per convenzione. Abbiamo, questa volta, la possibilità di vivere un Natale più autentico, intimo, dove poter assaporare la coccola di un tempo rallentato. Nessuna fila interminabile per un drink, ma un bicchiere di vino sorseggiato sul divano; nessuna musica non ci permetterà di parlare, perché il volume lo decidiamo noi; nessuna corsa al bagno più libero, perché lo avremo a soli due passi ben pulito. Sarà un Natale diverso per tutti, ma forse un Natale decisamente migliore.
“Niente se ne va
prima di averci insegnato
ciò che dobbiamo imparare.”
Buddha